Ho vomitato sul marciapiede di un hotel a Phuket all'una di notte. Una sconosciuta è rimasta con me fino all'alba e non ha voluto un solo baht in cambio.
In breve
Divorziato ed esausto dal lavoro, un libanese di 42 anni prenota due settimane in Thailandia senza alcun piano. L'ultima notte a Phuket, un'intossicazione alimentare lo lascia a vomitare sul marciapiede davanti all'hotel all'una di notte. Una sconosciuta che lavora in una spa vicina resta con lui fino all'alba e si rifiuta di accettare anche un solo baht in cambio.
Ero divorziato da cinque anni e ne avevo passati tre a lavorare come se il lavoro fosse l'unica cosa che dipendeva ancora da me.
Avevo 42 anni, un'azienda di famiglia a Beirut che gestivo quasi da solo, e un'agenda che non distingueva il lunedì dalla domenica. Non era infelicità, esattamente. Era l'assenza di tutto il resto.
Il mio amico Karim era stato due volte in Thailandia e non smetteva di insistere. La prima volta che ne parlò, durante una cena di lavoro che si era prolungata troppo, lasciai correre, come una di quelle frasi che si dicono e si dimenticano. La seconda volta arrivò già con le foto sul telefono. La terza volta si piazzò davanti a me, letteralmente tra il secondo e il caffè, e disse: "Prenota due settimane. Non pensarci. Prenota e basta." Lo ripeté così tante volte, a così tante cene, che un giovedì qualunque, più per farlo tacere che per reale convinzione, aprii il computer in ufficio, ben oltre mezzanotte, e comprai un volo per Bangkok prima di potermi tirare indietro.
Non avevo alcun piano, e a dire il vero nemmeno una vera guida turistica comprata prima di partire. Un hotel prenotato, un'idea vaga di girare Bangkok, Phuket e Pattaya, e la strana sensazione di fare qualcosa che non avevo deciso fino in fondo, come se qualcun altro avesse prenotato quel volo al posto mio.
Bangkok mi accolse con il caos più piacevole che avessi mai visto. Il primo mattino uscii dall'hotel pensando che sarebbe stato facile orientarmi: memorizzai un 7-Eleven all'angolo come punto di riferimento. Mezz'ora dopo capii il mio errore. A Bangkok c'è un 7-Eleven a ogni angolo. Letteralmente a ogni angolo.
Mi persi in meno di un'ora.
Un conducente di tuk-tuk si offrì di riportarmi verso quella che credevo fosse la zona del mio hotel, con un sorriso un po' troppo largo, che all'epoca interpretai come pura gentilezza. Mi chiese 400 baht per una corsa che non doveva costare nemmeno la metà. Pagai senza discutere, più sollevato di riconoscere un incrocio che infastidito dal prezzo. Quando quello stesso pomeriggio dovetti uscire di nuovo e ritrovai lo stesso incrocio, presi un taxi con tassametro: 70 baht, percorso quasi identico. Imparai la lezione più in fretta del previsto, e per il resto del viaggio salii solo su taxi con il tassametro acceso.
Bangkok, con i suoi templi dorati, il traffico impossibile e il cibo di strada a ogni angolo, mi sembrò un posto fatto apposta per perdersi, e per un paio di giorni mi lasciai perdere davvero. Mangiai cose di cui non sapevo pronunciare il nome, contrattai male in un mercato notturno e persi il conto di quanti templi avevo visitato. Ma dopo qualche giorno presi il volo per Phuket, valigia in mano e aspettative già parecchio più basse, senza sapere che era lì che avrei vissuto ciò che davvero avrei ricordato di quel viaggio.
Assunsi una guida per i primi giorni: le isole Phi Phi all'alba, prima dell'arrivo in massa delle barche turistiche, il Big Buddha sulla collina, un tempio affacciato sul mare delle Andamane che potrei ancora descrivere a occhi chiusi. La guida, un uomo più anziano di nome Somsak che parlava un inglese pieno di proverbi thailandesi tradotti male, mi ripeteva ogni mattina che Phuket "ha due facce, come tutto": quella che vede il turista da resort, e quella che lui conosceva fin da bambino. La sera, una volta lasciato in hotel, camminavo fino a Patong per cenare con qualcosa di semplice e guardare la città svegliarsi in un altro modo, tra le luci al neon, senza troppa voglia di immergermi nell'ambiente dei bar, solo per osservare.
L'ultimo giorno di tour andò male fin dall'inizio. La barca ritardò per il mare mosso, Somsak si scusò come se fosse colpa sua, e il traffico al ritorno dal molo fu peggiore del solito — un'ora intera fermi a guardare gli scooter infilarsi tra le auto. Tornai in hotel passate le sette di sera, completamente distrutto, con ancora la sabbia tra le dita dei piedi e voglia solo di una doccia e di un letto. Troppo stanco per rivestirmi e uscire a cena come le sere precedenti, ordinai riso con gamberi al ristorante dell'hotel per telefono e lo mangiai seduto sul letto, ancora in costume, masticando a malapena.
Trenta minuti dopo cominciai a tremare. Freddo, un freddo che non aveva senso con l'aria condizionata spenta e trenta gradi fuori. Mi sdraiai pensando che dormire avrebbe sistemato tutto.
Dormii un paio d'ore e mi svegliai fradicio di sudore, sentendomi peggio di prima.
Era una stanza per non fumatori, così scesi verso l'una di notte a fumare una sigaretta con una tazza di tè, con la vaga idea che l'aria fresca mi avrebbe fatto bene. Bevvi un paio di sorsi di tè.
Cominciai a vomitare sul marciapiede, davanti all'hotel, senza alcun preavviso. Intossicazione alimentare, senza dubbio.
Una giovane donna che lavorava in una spa lì vicino stava tornando a casa a piedi a quell'ora e mi riconobbe — mi aveva visto entrare e uscire dall'hotel per tutta la settimana. Corse verso di me e mi chiese cosa avessi. Indicai il marciapiede con la mano libera e le dissi che poteva vederlo benissimo da sola.
Si chiamava Nid.
Mi chiese il numero della mia stanza, mi indicò una sedia vicino all'ingresso dell'hotel e mi disse di aspettare lì. Poi sparì.
Tornò una ventina di minuti dopo da un 7-Eleven vicino con medicine per lo stomaco, sali per la reidratazione, una bottiglia di latte e dei biscotti semplici. Mi obbligò a prendere tutto, una cosa dopo l'altra, senza accettare un no come risposta, e rimase seduta con me su quella sedia fino alle sette del mattino.
All'inizio parlammo poco, tra conati e silenzi imbarazzati. Mi scusai più di una volta per quello che stava vedendo; lei rideva, non in modo cattivo, e mi diceva che lavorando a Patong ne aveva viste di ben peggiori, che un uomo del Medio Oriente che vomitava gamberi non la impressionava particolarmente. Quando lo stomaco iniziò a calmarsi un po', parlammo di tutto un po': di Beirut, della mia azienda di famiglia, del perché avessi viaggiato da solo. Le parlai del divorzio senza entrare nei dettagli, e lei annuì come se non avesse bisogno di altre spiegazioni. Mi raccontò che lavorava alla spa da un paio d'anni, che mandava parte dello stipendio alla famiglia ogni mese, che le mancava il suo villaggio nel nordest ma che a Phuket c'erano più opportunità che a casa. A un certo punto di quella notte smisi di sentirmi un turista malato e cominciai semplicemente a sentirmi accompagnato.
Quando finalmente sorse il sole e vide che riuscivo a stare in piedi senza girare la testa, mi accompagnò fino alla porta della stanza, si assicurò che potessi farmi la doccia senza cadere, e aspettò fuori finché non la chiamai per dirle che stavo bene. Poi andò dritta ad aprire la spa per il suo turno di pulizia del mattino, come se non avesse passato l'intera notte seduta su una sedia di plastica ad accudire uno sconosciuto che vomitava in strada.
Cercai di darle dei soldi prima che se ne andasse. Rifiutò senza esitare, quasi offesa che glielo avessi proposto. Insistetti, questa volta solo per coprire quanto aveva speso al 7-Eleven, niente di più. Rifiutò di nuovo, con la stessa fermezza, e mi disse che era contenta che stessi meglio e che doveva andare a lavorare.
Da allora siamo rimasti in contatto. All'inizio erano messaggi occasionali per sapere se ero tornato bene a casa, se lo stomaco si fosse ripreso del tutto. Poi arrivarono foto delle vacanze, auguri di capodanno, qualche meme senza troppo senso che mi mandava all'improvviso. Col tempo sono diventati anni interi scanditi da piccoli aggiornamenti: che aveva cambiato spa, che sua madre era stata male, che finalmente aveva risparmiato abbastanza per tornare al villaggio. Oggi aiuta sua madre a gestire un piccolo negozio nel nordest della Thailandia, vende un po' di tutto, dai noodles istantanei alle ricariche telefoniche, e ogni tanto mi scrive ancora per il mio compleanno. In nove anni non mi ha mai chiesto nulla. Né un prestito, né una scusa elaborata, nemmeno quando le ho chiesto direttamente se avesse bisogno di aiuto per qualcosa.
In nove anni di viaggi in Thailandia da quella notte ho visto tutto il resto. Ho conosciuto gente che in me vedeva solo un portafoglio con le gambe, ho sentito storie di amici che hanno perso migliaia di dollari per donne che si sono rivelate avere tre fidanzati stranieri contemporaneamente, ho imparato a diffidare dei bufali malati, delle moto di fratelli mai esistiti e degli agenti per i visti che spariscono con i soldi. Anche la Thailandia ha questo volto, e sarebbe ingenuo fingere che non esista.
Ma quando penso alla Thailandia, la prima immagine che mi viene in mente non è nessuna di queste.
È una sconosciuta seduta su una sedia di plastica sul marciapiede davanti a un hotel di Phuket, rimasta accanto a un uomo malato finché non è sorto il sole, che ha rifiutato fino all'ultimo baht che ho provato a darle.
È a quella Thailandia che continuo a tornare.